Il mondo di Ralph Lauren, autentico e senza tempo

Il Q&A di RL:
Jacob Gallagher

L’editor di moda uomo del Wall Street Journal ci parla del suo nuovo coffee table book pubblicato da Phaidon

Qualsiasi appassionato di moda maschile, o abbonato al Wall Street Journal, si è probabilmente imbattuto nel lavoro di Jacob Gallagher. Editor di moda uomo della sezione “Off Duty” del giornale, Gallagher è l’autore di una rubrica bisettimanale in cui scrive in modo brillante di shopping, di stile e dell’inesauribile sfilza di tendenze nello sconfinato mondo dell’abbigliamento maschile.

Mentre i suoi articoli spaziano in un ampio spettro di considerazioni di stile – “Una settimana posso rivolgermi ai neodiplomati con la passione per gli abiti all’uncinetto e quella successiva ai lettori più maturi interessati a intraprendere percorsi di stile più tradizionali”, spiega – il suo sguardo attento e la sua profonda conoscenza della moda uomo hanno recentemente raggiunto una portata ancora più ampia.

The Men’s Fashion Book, da poco pubblicato da Phaidon, riunisce 500 brand, stilisti e personaggi del mondo della moda in un bellissimo coffee table book curato da Gallagher, che è anche l’autore dell’introduzione. Sequel ideale dell’iconico The Fashion Book, pubblicato dalla stessa casa editrice e dedicato all’abbigliamento donna, il nuovo libro è un omaggio alla moda maschile, da Beau Brummell a Ralph Lauren e molti altri, in un formato del tutto simile.

Considerando l’intero spazio della moda maschile, come avete deciso chi includere tra questi 500 protagonisti?

In verità, a un certo punto eravamo quasi a quota 800. Volevamo metterne insieme una varietà tale che, leggendo l’intero libro o soltanto sfogliandolo, il lettore potesse ottenere un’idea chiara dei protagonisti della moda maschile.

Di sicuro abbiamo incluso alcune persone e alcuni brand non noti al grande pubblico e persone che vorremmo fossero rivalutate. Poi ci sono le persone che tutti si aspettano, come Ralph Lauren o Rei Kawakubo di Comme des Garçons e James Jebbia di Supreme. Ma volevamo esaminare l’abbigliamento uomo anche da un altro punto di vista. E cioè da una prospettiva non totalmente occidentale. Ci sono eccellenti stilisti africani, sudamericani e messicani. C’è, naturalmente, un enorme gruppo di designer asiatici. Spero che riusciremo ad attirare l’attenzione dei lettori almeno su alcuni nomi che, prima di aprire il libro, probabilmente non conoscevano.

Solo per la parte del libro relativa a Ralph Lauren avete dovuto riassumere 50 anni di storia, una moltitudine di linee, innumerevoli capi iconici, un mondo intero di creatività, tutto in un paio di paragrafi. E avete dovuto farlo per altre 499 volte. Come si comincia un progetto come questo?

È difficile. Il desiderio è quello di sottolineare i meriti di ognuno e assicurarsi che il lettore comprenda come una persona o un brand siano riusciti a emergere e perché sono importanti. Sono questi i due aspetti che avevo in mente, in particolare il secondo.

Se si parla di un protagonista come Ralph Lauren, i motivi per cui è importante sono inequivocabili. Ma è anche essenziale spiegarlo in maniera molto chiara, in modo che il lettore possa comprendere molto velocemente. Il mio più grande auspicio – che si tratti di Ralph Lauren, tanto fondamentale per la moda maschile da esserne parte integrante, o di Bill Kaiserman, che i lettori più giovani potrebbero non conoscere altrettanto bene – è che, in entrambi i casi, questo libro spinga il lettore a volerne sapere di più. Penso che uno degli aspetti straordinari di Ralph Lauren, e di altre leggende della moda, sia la lunga carriera che hanno avuto. Oggi, un ottimo modo di interagire con la moda è quello di volgere lo sguardo indietro e riscoprire le diverse parti del loro lavoro nel corso degli anni.

È interessante notare come tutti questi fili storici siano interconnessi. Non mi soffermo spesso a pensare al mio guardaroba in un contesto storico e culturale complessivo. Leggendo il libro, ci si sente quasi obbligati a farlo. E in modo davvero avvincente.

Volevamo rendere esplicita questa interconnessione. Le note a fondo pagina, all’interno di ogni voce, indicano altri stilisti e figure rilevanti. Quindi, chi legge la sezione relativa a uno stilista e vede un nome riportato in basso, può passare alla pagina corrispondente e iniziare a ricostruire un discorso più ampio. Non abbiamo inserito una voce per l’argomento “preppy” o “streetwear”, ma il lettore può creare da solo queste connessioni consultando le voci a disposizione e scoprire, ad esempio, che anche Ralph Lauren era un protagonista di questo o quel periodo. Queste connessioni sono evidenti.

Credo che questo sia particolarmente interessante perché si parla molto a livello individuale ma, se guardiamo al modo di vestire delle persone di oggi, è molto raro che qualcuno indossi capi di un unico stilista. Perciò, è interessante estrapolare questi punti di connessione perché questo riflette molto da vicino l’attuale modo di vestire delle persone ed evidenzia come queste combinazioni diventino il guardaroba individuale di una persona.

Un aspetto per me molto interessante dei tuoi articoli sul Wall Street Journal è il punto di vista antropologico, con l’osservazione delle tendenze nel contesto di un’idea culturale più ampia. Questo approccio si ritrova anche nel libro?

Come dice sempre mio padre, non c’è nulla di nuovo sotto il sole. E una cosa che ho sempre apprezzato nella scrittura di articoli sulla moda maschile è il fatto che tutto abbia effettivamente un “senso”. Puoi seguire tutte le tendenze e ricostruire i tempi e i modi in cui nascono, vengono adottate e scompaiono. Il libro è diverso nel senso che si tratta dello studio di una storia chiara di come emergono gli stilisti, ma il lettore ha anche la possibilità di vedere come quella storia si inserisce nella cultura e nelle tendenze del momento e come un particolare designer le abbia cavalcate fino a raggiungere livelli altissimi o livelli medi o non sia nemmeno stato apprezzato nella sua epoca.

Il tuo libro illustra quanto sia ampio il mondo dell’abbigliamento maschile e i tuoi articoli documentano numerosissime tendenze in rapida evoluzione. Data l’imponenza di questi due fattori, come fa una persona a trovare il proprio stile personale?

Ho impiegato anni per giungere al punto dove volevo arrivare con il mio guardaroba. Un aspetto positivo di questo momento storico, tuttavia, è che ci sono pochissime regole: non è necessario vestirsi in un certo modo per adattarsi al contesto. Ognuno può approcciarsi alla moda alle proprie condizioni, intraprendere il proprio percorso e trovare uno stile personale. Penso che sottovalutiamo quanto l’idea di doversi vestire come il proprio capo o di “vestirsi per stupire” fosse uno standard culturale ampiamente diffuso. Tutto questo non ha più ragione di essere. E credo che le persone dovrebbero prendersi la libertà di scoprire cosa va bene per loro e per la loro vita e cosa le fa sentire a proprio agio, cioè le fa sentire pienamente se stesse.

Andrew Craig è il content editor per la moda uomo di Ralph Lauren.
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