Capolavori degli abissi
Quasi ogni estate, Polo presenta nuovi design e combinazioni cromatiche inedite per le camicie aloha, uno dei classici americani più amati da interpretare con la massima creatività. La storia delle sue origini è un viaggio che attraversa diverse culture del Pacifico, arriva fino a un presidente americano e ricorda a tutti noi che vestirsi può essere un gran divertimentoCapolavori degli abissi
L’autore di questo articolo – uno sportivo, naturalista e artista – ha voluto immortalare uno spettacolo a cui poche persone hanno la fortuna di assistere: lo splendore della più grandiosa pesca in mare aperto
Di recente, l’autore ha convertito il suo fienile nel Connecticut nello spazio di lavoro dei suoi sogni: il piano terra (sopra) può fungere da galleria, mentre il piano superiore è una sorta di schedario a cielo aperto per le sue numerose idee che, contrariamente alle apparenze, sono metodicamente disposte in pile.
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Il tonno rosso gigante, Cape CodAlcuni anni fa, dopo aver attraversato il mondo dipingendo le diverse specie di trote, ho iniziato a documentare grandi esemplari di pesci oceanici, intraprendendo nuovi viaggi per poterli osservare da vicino. Volevo ammirare questi esemplari – tonno rosso, marlin, pesce spada – nei loro colori vividi e dipingerli a grandezza naturale su un enorme foglio di carta usando materiali elementari e strumenti primitivi: pigmenti minerali macinati sospesi in un legante idrosolubile come la gomma arabica (linfa indurita di un albero di acacia); grafite; carta in polpa di cotone e legno; pennelli con manico in legno e punta in pelo animale. Lungo il percorso, ho adottato – e adattato – nuovi elementi, mescolando la polvere di mica con la vernice per ottenere altri effetti, come la lucentezza a specchio di alcuni di questi pesci.
Fin da bambino, mi occupo di documentare la natura attraverso un’osservazione ravvicinata, usando solo una matita in un primo momento. Era ed è il mio modo personale di indagare sul mondo e di affrontare la vita. L’obiettivo specifico non è mai stato quello di raggiungere la massima precisione o creare una versione idealizzata di una specie come quella che si vedrebbe in una guida illustrata. In realtà non so quale sia l’obiettivo, ammesso che ve ne sia uno in particolare, se non quello di catturare ciò che sento e che vedo, di provare – su una montagna, sull’oceano o su un fiume – a fermare il tempo e creare un’illusione di permanenza in un mondo mutevole.
Mi piacciono da molto tempo i pesci, forse perché trovo l’ambiente in cui vivono ingannevole e misterioso. Quando ne osserviamo la superficie, l’acqua riflette il nostro mondo e cela quello che succede al di sotto. Alle origini del disegno e nel corso della sua storia, affrontando la conversione di un mondo tridimensionale su una superficie bidimensionale, l’acqua e le sue qualità specchianti sono state probabilmente istruttive.
In alto, il dipinto di Prosek raffigurante un tonno di tre metri e mezzo; scene del viaggio in cui ha dipinto il pesce.
Nella maggior parte dei casi, le persone vedono i disegni di un pesce sulle pagine di una guida, dove una singola illustrazione di un marlin o di un pesce spada in scala molto ridotta intende rappresentare un’intera specie, una versione idealizzata di un’unità di biodiversità. Dipingendoli a grandezza naturale con tutte le loro singole croste e cicatrici, testimonianze visive delle loro vite nell’oceano, intendevo lottare contro la necessaria riduzione della comunicazione quotidiana, la frammentazione a cui sottoponiamo la natura quando diamo un nome al mondo e lo ordiniamo; volevo ribellarmi alle mappe che realizziamo per navigare, ricordando a tutti noi che queste non sono, e non potranno mai essere, il territorio che descrivono.
Il fascino dei pesci oceanici ha catturato l’immaginazione di tanti scrittori: mi vengono in mente Ernest Hemingway e Zane Gray, ma anche i versi memorabili di Elizabeth Bishop nella poesia “Il pesce”, oltre ad artisti americani come Winslow Homer, in particolare in dipinti come La Corrente del Golfo. Ma, sorprendentemente, considerando quanto vasta sia la conoscenza accumulata dall’uomo, la storia della vita di questi grandi pesci è ancora in gran parte un mistero e le loro raffigurazioni a grandezza naturale, capaci di riprodurre la sensazione che si prova vedendoli da vicino, sono rare. Pochissime persone hanno avuto esperienze ravvicinate con questi pesci, ed è così per una buona ragione. Per osservarli occorrono un bel po’ di impegno e di tempo, per non parlare della fortuna.
La mia fortuna è iniziata nel 2004. Mia madre allora viveva a Chatham, nel Massachusetts, e come fanno le mamme, raccontò a un uomo – il proprietario di una stazione di servizio Citgo in città – di suo figlio che dipingeva i pesci ad acquerello. Il proprietario, un uomo originario di Cape Cod di nome Norman St. Pierre, era anche lui un osservatore di tonni; ad accendere la conversazione erano state le foto appese al muro che ritraevano una barca piena di tonni rossi più grandi di un essere umano. Come osservatore, Norman sorvolava l’oceano con un piccolo Cessna alla ricerca di esemplari giganteschi di tonni rossi, mentre di sotto un peschereccio attendeva le sue istruzioni. Dopo che Norman aveva comunicato via radio la posizione di un banco, il pescatore raggiungeva i pesci per colpirli con gli arpioni. Mia madre gli regalò una copia del mio primo libro Trout: An Illustrated History e la sua risposta fu straordinaria. Non solo si offrì di accompagnarmi sul suo aereo, ma anche di farmi salire sulla barca con il ramponiere. Fu un regalo fantastico. Non sempre i pescatori commerciali sono propensi ad accogliere sconosciuti all’interno del loro mondo isolato, dove è possibile osservarli all’opera e osservare le loro prede.
Quell’estate andai in macchina a Chatham e volai con Norman, che mi mostrò il mare dall’alto, indicandomi squali elefante e tartarughe marine, delfini e megattere, mentre gli scogli dell’isola di Monomoy erano ricoperti di foche che, negli anni a venire, avrebbero attirato un buon numero di squali bianchi dell’Atlantico. Ho trascorso tre giorni in cielo con Norman e due in acqua con la squadra di pescatori con cui lavorava, composta da un padre e da suo figlio. Nell’ultima ora dell’ultimo giorno trascorso alla navigazione di Cape Cod, Norman avvistò un banco di tonni giganti, del peso medio di circa 350 chili, e guidò l’imbarcazione fino a quel punto (a quel tempo, un esemplare del genere poteva essere venduto al molo al prezzo di oltre 10.000 dollari per essere messo all’asta al mercato di Tsukiji in Giappone). Mentre ci avvicinavamo, il padre corse verso l’estremità del pulpito – una lunga piattaforma che sporge di prua – con suo figlio al timone, e ne arpionò due in un breve e adrenalinico lasso di tempo. Quando furono trascinati sul ponte, i pesci emanavano una forte luce che tremolava e danzava come un’aurora sulla loro pelle, mobile e dinamica come una chiazza di petrolio sulla superficie dell’acqua.
Come potevo catturare questo momento fugace, in cui la luce vitale dei pesci incontrava la luce sole senza la mediazione della superficie dell’acqua? Naturalmente non esisteva un unico modo: qualunque cosa avessi realizzato sarebbe stata un’interpretazione personale, non solo di quello specifico pesce, ma dell’esperienza stessa di osservarlo e di osservare me stesso riflesso in esso; un’autobiografia e un ritratto, un momento di vita nello spazio durante il quale assistere alla morte di un magnifico animale. Ciononostante, mi misi al lavoro e, mentre tornavamo verso il porto di Barnstable, iniziai a misurare, disegnare, prendere appunti e osservare i colori scomparire con la vita; il risultato di quel lavoro, proseguito nei mesi successivi nel mio studio a Easton, nel Connecticut, fu un acquerello lungo oltre tre metri e mezzo.
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Marlin blu, Isole di Capo VerdeIl capitano con cui avevo parlato, un certo Peter B. Wright, mi disse che le isole di Capo Verde, circa 350 miglia nautiche a ovest del Senegal, erano il luogo in cui sarebbe stato più facile avvistare un grosso marlin blu, e che i pescatori che guidava di solito conservavano il pescato per offrirlo alla popolazione locale. In questo modo, avrei potuto vedere il pesce vivo nel suo elemento naturale e passare del tempo a osservarlo fuori dall’acqua.
Andammo a Capo Verde nel 2011 con due pescatori americani che Peter aveva invitato a prendere parte alla nostra missione: trovare un grande marlin che io avrei dipinto. Non mi interessava catturare personalmente il pesce, mi sarei accontentato di osservarli. Nella pesca al marlin, la barca stessa è la prima esca. Peter giurò che certe barche attiravano più pesci dalle profondità perché il rumore dei motori, insieme alla natura dell’aria che mettevano in circolo nell’acqua con le eliche, alla loro scia e alle bolle, creavano un effetto che attirava l’attenzione del marlin.
Perché, all’improvviso, sulla superficie dell’acqua apparve il rostro di un marlin solitario, che si muoveva avanti e indietro come il manico della scopa di una strega, apparentemente scollegato dal pesce sottostante? Enigmi come questo riempivano i momenti e le ore di silenzio con conversazioni speculative. Su un peschereccio, che si tratti di pesca sportiva o commerciale, ci sono spesso molti tempi morti, come gli spostamenti da un luogo all’altro per cercare di localizzare i pesci, allestire le lenze, controllarle e cambiare l’esca. Peter era di Fort Lauderdale e amava raccontare lunghe storie, da cui il suo soprannome, “le labbra di Lauderdale”. Con lui, le lunghe ore trascorrevano piacevolmente.
Nel mondo della pesca d’altura, Peter aveva trascorso più tempo in mare alla ricerca di marlin – dalle Azzorre alle Caroline, da Capo Verde a Cairns – e probabilmente aveva visto pescare più “grander” (come vengono chiamati i marlin di oltre 500 chili) di chiunque altro in vita. Così, quando, durante una di quelle pause, ci disse di aver visto un marlin blu che stimò pesasse circa 1.400 chili – un pesce abbastanza grande da poter inghiottire una tartaruga marina intera – gli credemmo, o almeno volevamo credergli. Il marlin blu più grande mai catturato con canna e lenza era di circa 600 chili, mentre il marlin nero più grande ne pesava circa 700. Ma ecco, le leggende sui pesci sono uno degli elementi che rendono la pesca quello che è.
Uno scatto delle isole di Capo Verde, al largo delle coste del Senegal; Peter B. Wright, la guida di Prosek per la pesca al marlin, durante la sua giovinezza, con all’amo un pesce.
I grandi marlin sono pesci dalla forza enorme e la loro pesca richiede un’attrezzatura specializzata e molta esperienza, che a volte non basta a evitare i rischi. Peter raccontò anche storie di incidenti che possono accadere quando gli esseri umani incrociano grandi creature che probabilmente dovrebbero lasciare in pace. A volte i primi ufficiali vengono trascinati fuori bordo dalla lenza monofilo o il pescatore principale viene accidentalmente avvolto con il filo intorno a un braccio o alla caviglia e viene trascinato negli abissi, mentre il pesce si dibatte ed entrambi muoiono in tandem, affondando e ruzzolando sul fondale.
Dopo cinque giorni di questi discorsi, mentre tiravamo fuori teaser ed esche per 8-10 ore tra sole e spruzzi di acqua salmastra, avevamo avuto soltanto un aggancio: era un grosso marlin, ma probabilmente la lenza si era avvolta intorno alla coda, rendendo quasi impossibile l’estrazione del pesce dagli abissi. Dopo un’ora passata sulla lenza, fu necessario tagliarla.
Prolungammo il viaggio di un giorno e, proprio come era avvenuto a Cape Cod, trovammo il pesce che speravo di vedere proprio all’ultima ora. Era un bellissimo pesce di circa 350 chili, che fu arpionato e, dopo una lotta di circa quaranta minuti, era sulla barca. Era una magnifica creatura, lunga circa quattro metri. È diventato il soggetto di quello che è il mio più grande dipinto realizzato fino a oggi, attualmente incluso nella collezione permanente del New Britain Museum of American Art.
Una cosa su cui ho riflettuto solo di recente (con l’avanzare dell’età) è che il momento in cui ho sempre percepito la massima bellezza di questi pesci, quello in cui passavano dal loro elemento naturale al nostro, dall’acqua all’aria, illuminati dalla loro luce propria e da quella del sole, era anche il momento in cui passavano dalla vita alla morte. Immagino non sia d’aiuto il fatto che lo stesso Peter sia morto l’anno scorso, all’età di 79 anni.
03
Pesce spada, Nuova Scozia
Il pesce spada ha occhi insolitamente grandi, che lo aiutano a trovare cibo a grandi profondità; confronto diretto con la foto che ha ispirato il dipinto; sotto, Prosek prende appunti a bordo di un peschereccio.
Ci sono solo pochi posti al mondo in cui le condizioni sono tali da far sì che il pesce spada emerga in superficie dall’oceano e possa essere avvistato e arpionato. Tradizionalmente, una di queste è Georges Bank, leggendaria zona di pesca a sud della Nuova Scozia, in Canada, e a est di Cape Cod, nel Golfo del Maine. Il pesce spada deve risalire in acque più calde vicino alla superficie per garantire, grazie al calore, il funzionamento del meccanismo cerebrale che gli consente di vedere e cercare cibo in acque fredde. Se la superficie dell’acqua è molto fredda, come è sempre stato a Georges Bank, i pesci devono letteralmente sfondare la superficie, esponendo la testa direttamente al sole. In questo modo, espongono all’aria anche la pinna dorsale e la coda, rendendole facili da individuare e colpire.
Nel luglio del 2010, dopo aver provato per diversi anni a salire su un peschereccio commerciale per il pesce spada, guidai da casa mia nel Connecticut fino a Woods Harbour, in Nuova Scozia. Finalmente avevo ricevuto un invito ufficiale: ero lì per trovare la barca e salirvi a bordo. Passeggiando lungo la distesa del molo, vidi una barca che scaricava una dozzina di pesci spada. In quel momento erano solo ammassi di carne grigia, privi della testa e della coda, che venivano issati fuori dai pozzi di ghiaccio della barca e caricati su un camion. Sul molo c’era un vecchio pescatore. “Qual buon vento ti porta qui?”, mi chiese. Gli risposi che avevo appena affrontato un viaggio in auto di 22 ore per vedere un pesce spada appena uscito dall’acqua in modo da poterlo dipingere a grandezza naturale nei suoi colori viventi.
Il pesce spada ha occhi insolitamente grandi, che lo aiutano a trovare cibo a grandi profondità; confronto diretto con la foto che ha ispirato il dipinto; sotto, Prosek prende appunti a bordo di un peschereccio.
“Non hai mai visto sulla terraferma un colore blu come quello di un pesce spada”, mi disse. “Se mai incontrassi una ragazza con gli occhi del colore di un pesce spada, lasceresti la persona con cui sei e andresti con lei”.
Si chiamava Gilbert Devine ed era il capitano dell’imbarcazione The Brittany & James. Così, senza che glielo chiedessi, mi disse che avrei potuto raggiungerlo il giorno dopo per una settimana in mare. Mi spiegò che avrei dormito in una cuccetta dove di solito tenevano i salvagente. Dopo anni in cui non riuscivo a salire su una barca, ora ne avevo due tra cui scegliere; l’invito di Gilbert e la sua storia mi convinsero. A persuadermi fu anche il fatto che la sua barca era la migliore della flotta, quella con la torre più alta per avvistare i pesci, a circa venti metri sopra la superficie dell’acqua. E così, il giorno dopo, salii a bordo.
Quando un pesce spada viene arpionato, la testa dell’arpione è collegata con una lenza a una boa e il pesce viene lasciato alla deriva finché non è morto o quasi. È semplicemente troppo pericoloso portare a bordo un pesce spada vivo; dopotutto, ha una spada sul naso. Di conseguenza, la maggior parte delle volte in cui un pesce del genere sale a bordo presenta un colore ramato-bronzo, non l’argento e il blu di quando è vivo. Gilbert mi disse che circa un pesce su cento torna ai colori di quando è vivo sul ponte prima di morire. Era quello in cui speravo.
Pescammo almeno un pesce al giorno. La maggior parte delle volte, mi trovavo lì nel momento in cui Gilbert correva sul pulpito (o “tribuna”, come la chiamano in Canada), afferrava l’arpione e lo scagliava verso il pesce. In quel momento, il pesce stava nuotando liberamente sotto di lui e potevo vedere l’incredibile blu violaceo del suo dorso di cui Gilbert mi aveva parlato. Ma una volta che il pesce arrivava sulla barca, era di un intenso color bronzo metallico.
Poi, ancora una volta, nell’ultimo giorno di viaggio, l’ultimo pesce della giornata ebbe una trasformazione mentre era sul ponte dell’imbarcazione e passò dal colore bronzeo della morte all’argento platino e al blu violaceo della vita di cui mi aveva parlato Gilbert. Pochissimi pescatori di pesce spada e quasi nessuno che non sia un pescatore hanno potuto assistere a questo fenomeno: un pesce sul ponte che sfoggia i suoi colori più vividi, come se fosse ancora in acqua.
I pesci spada hanno occhi meravigliosamente grandi. Guardando negli occhi questo particolare pesce, mi resi conto che era così grande che potevo scorgervi il mio riflesso, così come il sartiame della barca sopra la mia spalla e, dietro, una piccola luce bianca. Da ragazzino, quando ero ossessionato dalla pittura delle trote, l’ultima cosa che aggiungevo ai miei dipinti era una piccola chiazza bianca sull’occhio. Sembrava che l’intero dipinto prendesse vita, solo con una piccola goccia di tempera bianca, come per magia. Non mi sono mai veramente chiesto cosa fosse quel puntino, cosa rappresentasse o perché fosse così importante, finché non ho guardato negli occhi del pesce spada e ho capito che quel puntino bianco era il sole. Il fuoco a cui dobbiamo l’esistenza di tutta la vita sulla Terra, la stella che ci orienta nel nostro sistema solare, era proprio lì, catturato in un riflesso che presto sarebbe svanito.



