Milano da scoprire: una guida da insider
In vista della 60esima edizione del Salone del Mobile, sette esperti del mondo della moda, del design e dell’architettura ci guidano tra le bellezze architettoniche della capitale economica d’Italia, lontano dai circuiti turistici più battuti“Guardavamo la gente e la grande Galleria nel crepuscolo e noi stessi.”
—Ernest Hemingway, 1918
È questo il luogo di Milano in cui potete immergervi al meglio nel suo design. Sì, la Galleria, ufficialmente Galleria Vittorio Emanuele II. Una galleria commerciale nel centro di Milano. Ma quello che percepiva Hemingway – che a Milano trascorse sei mesi di convalescenza per una ferita riportata mentre serviva come autista di ambulanza durante la prima guerra mondiale – era il modo unico in cui Milano usava il design, sia antico sia moderno, per conciliare passato e presente. Per riunire persone, intrecciare commerci, ricongiungere amanti e far incontrare estranei, in un mix di soggezione, euforia e romanticismo.
Stranieri e locali potranno perdersi nelle meraviglie del design meneghino questa estate in occasione del Salone del Mobile di Milano, che nel 2022 fa il suo trionfale ritorno con la 60esima edizione. Con una presenza media annua di 370 mila persone, il Salone coinvolge l’intera città con un’esposizione di design che celebra artigianato classico, funzionalità, innovazione e lusso. Musei, piazze e palazzi si popolano di designer, aziende e showroom, mentre la città stessa diventa una vetrina per gli arredi più raffinati, ricercati e innovativi del mondo.
Dal 7 al 12 giugno non mancheranno certo le mostre da visitare. Ma la città che le ospita non è certo da meno. Milano è uno scrigno di meraviglie architettoniche, che fonde classico e moderno in un vortice di bellezza articolata e senza tempo.
In attesa del Salone, abbiamo chiesto agli esperti di stile di Galerie, di T: The New York Times Style Magazine, di farci da guida nella Milano da non perdere. Una passeggiata tra le meraviglie architettoniche, in compagnia di guide d’eccezione.
1
Villa Necchi
“La famiglia di Villa Necchi può essere considerata la famiglia Singer d’Italia”, afferma l’architetto Brian Sawyer, riferendosi alle sorelle Gigina e Nedda Necchi, nonché al marito della prima, Angelo Campiglio. Questi imprenditori costruirono la dimora tra il 1932 e il 1935 e l’hanno occupata fino a quando non è stata ceduta allo Stato nel 2000 (è stata poi aperta al pubblico come museo nel 2008). “È l’apoteosi del Moderno italiano”, afferma Sawyer. “Probabilmente, è uno degli esempi più interessanti di villa italiana classica ma in una realizzazione moderna”. Gli appassionati di cinema potranno riconoscere le linee pulite, i morbidi pannelli in palissandro e gli infiniti bagni in marmo del film del 2009 di Luca Guadagnino Io sono l’amore. Ma per gli amanti del design, si tratta di una delle opere più significative dell’architetto Piero Portaluppi, la cui visione razionalista è perfettamente incarnata dall’esecuzione rigorosa della villa. “Si basa tutto su proporzioni e dimensioni classiche, tradizionali”, spiega Sawyer. “Ma la materialità raggiunge un livello completamente nuovo, con pavimenti in terrazzo alla veneziana nel bagno e un utilizzo sorprendente del marmo per le vasche”. Lo stile razionalista emerse negli anni ’20, sotto il regime di Mussolini, ed era, per definizione, piuttosto austero. “Ma nelle mani della persona giusta, poteva diventare delizioso”, osserva Sawyer. “La villa è una sintesi di tutto il meglio del design italiano di quel periodo, riunito in un unico luogo: architettura, interni, giardino. C’è tutto”.
2
Ristorante Cracco
Ridisegnato dallo Studio Peregalli nel 2018, il celebre ristorante stellato Michelin dello chef Carlo Cracco è un connubio impareggiabile di gastronomia e design. Situato in Galleria (vedi sotto), Cracco si sviluppa su cinque piani e, in effetti, racchiude tanti ristoranti in uno. “Man mano che sali di piano, diventa sempre più esclusivo”, afferma Jacqueline Terrebonne, direttrice della rivista Galerie. “Si parte da una caffetteria ed enoteca per arrivare a questo ricercato ristorante all’ultimo piano, da dove si domina l’intera Galleria. E il cibo sembra gareggiare in teatralità con gli interni del locale”, osserva. Terrebonne è attratta dalle decorazioni in pietra e dagli specchi del ristorante, ma è rimasta folgorata dalla successione degli spazi dei vari piani. “L’ultimo piano si contraddistingue per i suoi pannelli in legno e un color ottanio tenue, con fiori enormi in blu, giallo e rosa. Le sale da pranzo sono dorate e ricche di specchi, sfarzose e opulente in un modo molto milanese ed elegante. È un posto che sembra provenire da un altro tempo e da un altro luogo”, conclude Terrebonne.
3
Museo Bagatti Valsecchi
Si potrebbe pensare al Museo Bagatti Valsecchi come a una Grey Gardens milanese, ma con più storia, ricchezza e gusto. Dimora tradizionale della famiglia Valsecchi, negli anni ’80 dell’Ottocento iniziò a essere trasformata dai fratelli Barone Fausto Valsecchi e Barone Giuseppe Bagatti Valsecchi, che la riempirono di tesori rievocativi del periodo più romantico d’Italia. “In pratica, alla fine del XIX secolo, cominciarono a introdurre elementi che sembravano appartenere al XVI secolo. Ed è proprio questa l’atmosfera che si respira al suo interno”, afferma Tom Delavan, direttore design e interni T: The New York Times Style Magazine. Percorrendo il museo, si ha la sensazione che i dipinti del XV secolo siano parte integrante della stanza; che i cassoni magnificamente ornati fossero davvero utilizzati come contenitori; che nei letti a baldacchino ci si coricasse ogni sera. “È possibile trovare anche delle armature ad arredare le stanze. Inoltre, se siete appassionati di lavorazioni in legno, i dettagli dei soffitti e i letti vi lasceranno a bocca aperta”, afferma William Hanley, direttore di Dwell. “C’è una vasca da doccia con lucertole scolpite; alcuni degli elementi decorativi più artistici che abbia mai visto”, dice. Ma la cosa più bella è che non sembra di essere in un museo. “È come camminare in casa di qualcuno, si percepisce che quegli ambienti erano davvero vissuti”, spiega Delavan.
4
Altai
Appena a nord del centro città, nel quartiere di Porta Garibaldi, vi troverete davanti a un frastuono di gente intenta allo shopping, caffetterie all’aperto e strade pedonali come Corso Como (il quartiere prende il nome da Porta Garibaldi, un arco tipicamente neoclassico). In Via Pinamonte 6 potrete trovare Altai, un negozio di tappeti impareggiabile in termini di selezione e gusto. Di proprietà di Raffaele Carrieri e di sua moglie Elisa, il negozio è famoso per servire i più rinomati trendsetter in Italia: Nino Cerruti, Alberto Aspesi e la famiglia Agnelli. E se è sempre possibile trovare gli esemplari più insoliti e belli di tappeti come i berberi, i feltri, i kilim e i sahariani, Raffaele ed Elisa non si limitano a collezionare e vendere i loro articoli, ma lavorano con esperti (storici e antropologi in ambito museale) per organizzare mostre di tappeti che scoprono lungo le rotte commerciali più antiche del mondo. “Si possono ammirare tesori mai visti prima”, afferma Delavan. “Hanno tessuti suzani e tülü incredibili. Inoltre, durante il Salone allestiscono una mostra straordinaria. Vanno in cerca di un certo tipo di tappeto e trovano i migliori esemplari: sono tappeti di qualità museale e li espongono in tutto il negozio”. Immaginatelo come un museo in cui avete la possibilità di portare a casa le opere esposte, o semplicemente dare un’occhiata, il che può essere altrettanto divertente e stimolante.
5
La Torre Velasca
“La Torre Velasca è l’alternativa al Duomo. Forse è un’affermazione po’ pretenziosa. Diciamo che è un bel grattacielo”, afferma Marco Velardi, editore e cofondatore della rivista Apartamento. Esempio di architettura brutalista, la Torre Velasca è stata completata nel 1958 e la sua forma a fungo rappresenta una reinterpretazione di un castello o di una fortezza lombarda medievale tradizionale. È frutto del lavoro di un gruppo di architetti milanesi chiamato BBPR, che ha tentato di connettere passato e futuro con la propria interpretazione della più classica delle opere architettoniche imponenti. Quando venne presentata, la reazione fu, in effetti, “brutale” (fu attaccata per le sue linee in netta contrapposizione con il modernismo) e ancora oggi è spesso oggetto di derisione. “Alle persone piace. Adorano odiarla”, spiega Velardi. Emergendo dal cuore della città, in diretta contrapposizione al Duomo, la struttura a uso misto (commerciale e residenziale) è, in un certo senso, una sorta di dito medio rivolto a tutti i tradizionali edifici dalle belle cupole per i quali Milano è tanto celebrata. “Svetta nello skyline. È bellissima per la sua stranezza nel contesto milanese”, sostiene Velardi. “La sensazione generale è che sia espressione di una Milano brutale anziché graziosa”. Nel 2011 è stata posta sotto protezione come edificio storico.
6
San Carlo al Lazzaretto (e aperitivo)
Costruita fra il 1558 e il 1592, San Carlo al Lazzaretto è un’insolita chiesa a pianta ottagonale di epoca rinascimentale, sicuramente meritevole di una visita. Tuttavia, l’interior designer Eric Egan vi esorta anche a dare un’occhiata a quello che c’è nei paraggi. “A Milano l’aperitivo è una vera e propria tradizione culturale. Vorrei andare a fare aperitivo in una zona diversa della città ogni giorno”, ammette. Vicino a San Carlo al Lazzaretto c’è un bar chiamato Memà Cafè, con posti a sedere sul marciapiede, rinomato per le sue prelibatezze siciliane. Gli edifici uno accanto all’altro sono una “confluenza di storia e vita moderna, fianco a fianco”. Egan vede la cultura dell’aperitivo come un’espressione del fiorente successo di Milano come centro cosmopolita, iniziato negli anni ’90 dopo un lungo periodo sonnolento. Ama anche la zona intorno al Radetzky Cafè vicino a Largo Claudio Treves, ai margini del quartiere di Brera. Adora trascorrervi i pomeriggi, osservando i milanesi, di tutti i ceti sociali e di tutte le età, riversarsi nella piazza. “È un ottimo punto da cui osservare le persone”, spiega.
7
Planetario di Milano
Situato nei giardini pubblici di Porta Venezia, il planetario è un altro edificio di Piero Portaluppi, noto per Villa Necchi. “È davvero meraviglioso e i dettagli sono straordinari come quelli di Villa Necchi. È possibile scoprire qualcosa di nuovo a ogni visita”, afferma Terrebonne. “Già sulla facciata presenta dettagli che richiamano i pianeti e l’astronomia. È decorata da piccole stelle che sembrano quasi intagliate e che, in un certo senso, sembrano disegnate dalla mano di un bambino, ma che in realtà sono anche estremamente ricercate”, osserva. Terrebonne incoraggia i visitatori ad apprezzare i colori scelti da Portaluppi – il giallo dei pannelli e la bella tonalità di fiordaliso del tetto – in contrasto con il marmo travertino dell’edificio. “A lato, ci sono queste finestre davvero delicate che si snodano agli angoli. È presente anche una piccola porta laterale e le porte sono tutte intagliate. Tutte queste idee architettoniche davvero fantasiose caratterizzano un edificio dalla facciata apparentemente molto semplice, classica e palladiana”.
8
La Galleria
“Vado in Galleria ogni volta che sono a Milano”, rivela Bruce Pask, direttore della moda uomo per Bergdorf Goodman e Neiman Marcus. Inaugurata nel 1877, la Galleria è costituita da due arcate protette da una copertura in vetro e ghisa e collega Piazza del Duomo a Piazza della Scala. “È una versione sfarzosa delle gallerie commerciali coperte di Londra, come la Burlington Arcade; gallerie simili si possono trovare anche a Parigi, ma hanno dimensioni più contenute”, spiega Pask. “Ma le decorazioni con mosaici e piastrelle sono inconfondibilmente italiane”. Alta quattro piani, attraversata da due strade che si intersecano, la Galleria ospita negozi interessanti e ristoranti squisiti, come Cracco, ma è il suo design che conquista i visitatori. “È uno spazio molto sfarzoso e di impatto che gode di una luce meravigliosa”, osserva Pask, evidenziando come siano i dettagli il vero pezzo forte. “Nella parte centrale c’è il mosaico di un toro. Secondo il rito scaramantico, si dice che porti fortuna posizionare il tacco della scarpa sul mosaico e fare tre giri, facendo perno sul piede. Non è raro trovare un capannello di gente in attesa del proprio turno”.
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Villa Necchi
“La famiglia di Villa Necchi può essere considerata la famiglia Singer d’Italia”, afferma l’architetto Brian Sawyer, riferendosi alle sorelle Gigina e Nedda Necchi, nonché al marito della prima, Angelo Campiglio. Questi imprenditori costruirono la dimora tra il 1932 e il 1935 e l’hanno occupata fino a quando non è stata ceduta allo Stato nel 2000 (è stata poi aperta al pubblico come museo nel 2008). “È l’apoteosi del Moderno italiano”, afferma Sawyer. “Probabilmente, è uno degli esempi più interessanti di villa italiana classica ma in una realizzazione moderna”. Gli appassionati di cinema potranno riconoscere le linee pulite, i morbidi pannelli in palissandro e gli infiniti bagni in marmo del film del 2009 di Luca Guadagnino Io sono l’amore. Ma per gli amanti del design, si tratta di una delle opere più significative dell’architetto Piero Portaluppi, la cui visione razionalista è perfettamente incarnata dall’esecuzione rigorosa della villa. “Si basa tutto su proporzioni e dimensioni classiche, tradizionali”, spiega Sawyer. “Ma la materialità raggiunge un livello completamente nuovo, con pavimenti in terrazzo alla veneziana nel bagno e un utilizzo sorprendente del marmo per le vasche”. Lo stile razionalista emerse negli anni ’20, sotto il regime di Mussolini, ed era, per definizione, piuttosto austero. “Ma nelle mani della persona giusta, poteva diventare delizioso”, osserva Sawyer. “La villa è una sintesi di tutto il meglio del design italiano di quel periodo, riunito in un unico luogo: architettura, interni, giardino. C’è tutto”.
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Ristorante Cracco
Ridisegnato dallo Studio Peregalli nel 2018, il celebre ristorante stellato Michelin dello chef Carlo Cracco è un connubio impareggiabile di gastronomia e design. Situato in Galleria (vedi sotto), Cracco si sviluppa su cinque piani e, in effetti, racchiude tanti ristoranti in uno. “Man mano che sali di piano, diventa sempre più esclusivo”, afferma Jacqueline Terrebonne, direttrice della rivista Galerie. “Si parte da una caffetteria ed enoteca per arrivare a questo ricercato ristorante all’ultimo piano, da dove si domina l’intera Galleria. E il cibo sembra gareggiare in teatralità con gli interni del locale”, osserva. Terrebonne è attratta dalle decorazioni in pietra e dagli specchi del ristorante, ma è rimasta folgorata dalla successione degli spazi dei vari piani. “L’ultimo piano si contraddistingue per i suoi pannelli in legno e un color ottanio tenue, con fiori enormi in blu, giallo e rosa. Le sale da pranzo sono dorate e ricche di specchi, sfarzose e opulente in un modo molto milanese ed elegante. È un posto che sembra provenire da un altro tempo e da un altro luogo”, conclude Terrebonne.
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Museo Bagatti Valsecchi
Si potrebbe pensare al Museo Bagatti Valsecchi come a una Grey Gardens milanese, ma con più storia, ricchezza e gusto. Dimora tradizionale della famiglia Valsecchi, negli anni ’80 dell’Ottocento iniziò a essere trasformata dai fratelli Barone Fausto Valsecchi e Barone Giuseppe Bagatti Valsecchi, che la riempirono di tesori rievocativi del periodo più romantico d’Italia. “In pratica, alla fine del XIX secolo, cominciarono a introdurre elementi che sembravano appartenere al XVI secolo. Ed è proprio questa l’atmosfera che si respira al suo interno”, afferma Tom Delavan, direttore design e interni T: The New York Times Style Magazine. Percorrendo il museo, si ha la sensazione che i dipinti del XV secolo siano parte integrante della stanza; che i cassoni magnificamente ornati fossero davvero utilizzati come contenitori; che nei letti a baldacchino ci si coricasse ogni sera. “È possibile trovare anche delle armature ad arredare le stanze. Inoltre, se siete appassionati di lavorazioni in legno, i dettagli dei soffitti e i letti vi lasceranno a bocca aperta”, afferma William Hanley, direttore di Dwell. “C’è una vasca da doccia con lucertole scolpite; alcuni degli elementi decorativi più artistici che abbia mai visto”, dice. Ma la cosa più bella è che non sembra di essere in un museo. “È come camminare in casa di qualcuno, si percepisce che quegli ambienti erano davvero vissuti”, spiega Delavan.
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Altai
Appena a nord del centro città, nel quartiere di Porta Garibaldi, vi troverete davanti a un frastuono di gente intenta allo shopping, caffetterie all’aperto e strade pedonali come Corso Como (il quartiere prende il nome da Porta Garibaldi, un arco tipicamente neoclassico). In Via Pinamonte 6 potrete trovare Altai, un negozio di tappeti impareggiabile in termini di selezione e gusto. Di proprietà di Raffaele Carrieri e di sua moglie Elisa, il negozio è famoso per servire i più rinomati trendsetter in Italia: Nino Cerruti, Alberto Aspesi e la famiglia Agnelli. E se è sempre possibile trovare gli esemplari più insoliti e belli di tappeti come i berberi, i feltri, i kilim e i sahariani, Raffaele ed Elisa non si limitano a collezionare e vendere i loro articoli, ma lavorano con esperti (storici e antropologi in ambito museale) per organizzare mostre di tappeti che scoprono lungo le rotte commerciali più antiche del mondo. “Si possono ammirare tesori mai visti prima”, afferma Delavan. “Hanno tessuti suzani e tülü incredibili. Inoltre, durante il Salone allestiscono una mostra straordinaria. Vanno in cerca di un certo tipo di tappeto e trovano i migliori esemplari: sono tappeti di qualità museale e li espongono in tutto il negozio”. Immaginatelo come un museo in cui avete la possibilità di portare a casa le opere esposte, o semplicemente dare un’occhiata, il che può essere altrettanto divertente e stimolante.
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La Torre Velasca
“La Torre Velasca è l’alternativa al Duomo. Forse è un’affermazione po’ pretenziosa. Diciamo che è un bel grattacielo”, afferma Marco Velardi, editore e cofondatore della rivista Apartamento. Esempio di architettura brutalista, la Torre Velasca è stata completata nel 1958 e la sua forma a fungo rappresenta una reinterpretazione di un castello o di una fortezza lombarda medievale tradizionale. È frutto del lavoro di un gruppo di architetti milanesi chiamato BBPR, che ha tentato di connettere passato e futuro con la propria interpretazione della più classica delle opere architettoniche imponenti. Quando venne presentata, la reazione fu, in effetti, “brutale” (fu attaccata per le sue linee in netta contrapposizione con il modernismo) e ancora oggi è spesso oggetto di derisione. “Alle persone piace. Adorano odiarla”, spiega Velardi. Emergendo dal cuore della città, in diretta contrapposizione al Duomo, la struttura a uso misto (commerciale e residenziale) è, in un certo senso, una sorta di dito medio rivolto a tutti i tradizionali edifici dalle belle cupole per i quali Milano è tanto celebrata. “Svetta nello skyline. È bellissima per la sua stranezza nel contesto milanese”, sostiene Velardi. “La sensazione generale è che sia espressione di una Milano brutale anziché graziosa”. Nel 2011 è stata posta sotto protezione come edificio storico.
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San Carlo al Lazzaretto (e aperitivo)
Costruita fra il 1558 e il 1592, San Carlo al Lazzaretto è un’insolita chiesa a pianta ottagonale di epoca rinascimentale, sicuramente meritevole di una visita. Tuttavia, l’interior designer Eric Egan vi esorta anche a dare un’occhiata a quello che c’è nei paraggi. “A Milano l’aperitivo è una vera e propria tradizione culturale. Vorrei andare a fare aperitivo in una zona diversa della città ogni giorno”, ammette. Vicino a San Carlo al Lazzaretto c’è un bar chiamato Memà Cafè, con posti a sedere sul marciapiede, rinomato per le sue prelibatezze siciliane. Gli edifici uno accanto all’altro sono una “confluenza di storia e vita moderna, fianco a fianco”. Egan vede la cultura dell’aperitivo come un’espressione del fiorente successo di Milano come centro cosmopolita, iniziato negli anni ’90 dopo un lungo periodo sonnolento. Ama anche la zona intorno al Radetzky Cafè vicino a Largo Claudio Treves, ai margini del quartiere di Brera. Adora trascorrervi i pomeriggi, osservando i milanesi, di tutti i ceti sociali e di tutte le età, riversarsi nella piazza. “È un ottimo punto da cui osservare le persone”, spiega.
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Planetario di Milano
Situato nei giardini pubblici di Porta Venezia, il planetario è un altro edificio di Piero Portaluppi, noto per Villa Necchi. “È davvero meraviglioso e i dettagli sono straordinari come quelli di Villa Necchi. È possibile scoprire qualcosa di nuovo a ogni visita”, afferma Terrebonne. “Già sulla facciata presenta dettagli che richiamano i pianeti e l’astronomia. È decorata da piccole stelle che sembrano quasi intagliate e che, in un certo senso, sembrano disegnate dalla mano di un bambino, ma che in realtà sono anche estremamente ricercate”, osserva. Terrebonne incoraggia i visitatori ad apprezzare i colori scelti da Portaluppi – il giallo dei pannelli e la bella tonalità di fiordaliso del tetto – in contrasto con il marmo travertino dell’edificio. “A lato, ci sono queste finestre davvero delicate che si snodano agli angoli. È presente anche una piccola porta laterale e le porte sono tutte intagliate. Tutte queste idee architettoniche davvero fantasiose caratterizzano un edificio dalla facciata apparentemente molto semplice, classica e palladiana”.
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La Galleria
“Vado in Galleria ogni volta che sono a Milano”, rivela Bruce Pask, direttore della moda uomo per Bergdorf Goodman e Neiman Marcus. Inaugurata nel 1877, la Galleria è costituita da due arcate protette da una copertura in vetro e ghisa e collega Piazza del Duomo a Piazza della Scala. “È una versione sfarzosa delle gallerie commerciali coperte di Londra, come la Burlington Arcade; gallerie simili si possono trovare anche a Parigi, ma hanno dimensioni più contenute”, spiega Pask. “Ma le decorazioni con mosaici e piastrelle sono inconfondibilmente italiane”. Alta quattro piani, attraversata da due strade che si intersecano, la Galleria ospita negozi interessanti e ristoranti squisiti, come Cracco, ma è il suo design che conquista i visitatori. “È uno spazio molto sfarzoso e di impatto che gode di una luce meravigliosa”, osserva Pask, evidenziando come siano i dettagli il vero pezzo forte. “Nella parte centrale c’è il mosaico di un toro. Secondo il rito scaramantico, si dice che porti fortuna posizionare il tacco della scarpa sul mosaico e fare tre giri, facendo perno sul piede. Non è raro trovare un capannello di gente in attesa del proprio turno”.
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