Una donna di gusto
In cerca di ispirazioni sull’arte dell’ospitalità, Jane Larkworthy fa visita a due dei ristoranti più in voga di New YorkI. Un posto come pochi
Angie Mar è in piedi nella cucina del Beatrice Inn di New York e sta ispezionando accuratamente una costoletta di manzo. Il mosaico marmorizzato sullo sfondo, con i boccioli di lavanda essiccata disposti agli angoli, rende la scena semplicemente meravigliosa. Dopo aver ricevuto il suo okay, il sous-chef Nicole Averkiou dispone la bistecca sulla griglia.
Una delle prime cose che noto di Mar è il suo stile. Pur non essendo la persona più alta in sala, ha una presenza imponente. Possiede una folta chioma nero corvino, occhi penetranti sottolineati da un trucco nero sfumato sulle palpebre e indossa una giacca leopardata vintage sopra una camicia in pelle nera. Si esprime in modo netto e deciso, ma non le manca il gusto della risata.
La sua sicurezza in cucina si riflette anche nello stile con cui ha realizzato le due sale da pranzo del Beatrice: una è scura con pareti rivestite in legno – ricorda molto i circoli per gentiluomini – mentre l’altra è chiara e ariosa con un’atmosfera safari un po’ rétro. Risaltando contro i divanetti in pelle verde scuro e le tovaglie bianche, il servizio da tavola con stampa leopardata di Ralph Lauren Home riflette la passione di Mar per lo stile audace.“Voglio che i clienti del Beatrice respirino la storia leggendaria di questo luogo”, spiega Mar. “È un ristorante con un passato davvero ricco e mi sento onorata di poter scrivere un nuovo capitolo di questa avventura”.
È passato poco più di un anno da quando Mar ha rilevato il Beatrice Inn (dove era chef dal 2013) dopo averlo acquistato da Graydon Carter e dai suoi soci Emil Varda e Brett Rasinski. Ha immediatamente reso il dress code meno formale e ha rivoluzionato il suo delicato menu trasformandolo in un paradiso per carnivori, sull’esempio del celebre macellaio francese Yves-Marie Le Bourdonnec: da lui in persona Mar ha appreso l’arte della stagionatura della carne, dopo essere rimasta folgorata da una sua bistecca in occasione di una cena a Parigi. “Io non parlo francese e lui non parla inglese, ma abbiamo comunicato attraverso il sapore, l’odore e l’aspetto del cibo”, racconta.
Tornata a casa, Mar ha iniziato a lavorare alla propria versione del manzo stagionato, facendo esperimenti sul tempo di stagionatura della carne avvolta in un panno imbevuto di whiskey, una delle specialità del Beatrice. Ha scoperto che la durata perfetta è di 160 giorni, e ben presto la notizia di questa “anomalia americana” ha cominciato a diffondersi.
“Non sono ancora sicura di quali leggi governino esattamente la mia tecnica, o del motivo per cui dalla mia carne al whiskey ottenga un 20% in più rispetto a quanto otterrei se non fosse stagionata nel whiskey”, ride. “Ma in effetti non ho bisogno di conoscere il motivo, mi basta sapere che funziona. Di solito la lista d’attesa è lunga circa un mese, ma mi assicuro di avere sempre riserve a sufficienza per i nostri clienti più affezionati”.
Mar ha l’arte dell’ospitalità nel sangue. Sua zia era Ruby Chow, titolare dell’omonimo ristorante di Seattle, che però fu chiuso prima che Mar nascesse. “Ha sempre continuato a coltivare le doti dell’ospitalità e dell’accoglienza”, ricorda Mar. “È qualcosa di cui ho imparato l’importanza fin da quando ero molto piccola”.
Forse è per questo che, nonostante una carriera di successo già avviata nel settore immobiliare, ha finito per cedere alla vocazione per la cucina professionale. “Non mi sono mai sentita tanto a mio agio come adesso che sono una chef. Tutti desideriamo fare qualcosa che ci appassioni, e io sono davvero grata di aver trovato questa passione”.
La passione di Mar non si limita al cibo, ma si estende anche alla tavola stessa. “Sul mio menu, in basso, c’è una citazione di Hyman G. Rickover che recita: ‘Il diavolo è nei dettagli. Lo stesso vale per la salvezza’. Penso che questa frase indichi una regola di vita. Cerchiamo di portare questa filosofia nei nostri drink, la applichiamo al nostro cibo e alla nostra tavola. In un ristorante, tutto inizia dalla tavola”.
“Siamo un ristorante di specialità e qui abbiamo un punto di vista molto preciso”, afferma. “E non voglio assolutamente dover chiedere scusa per questo, mai”. Presto, Mar spera di portare la stessa filosofia senza compromessi anche dall’altra parte dell’oceano. I piani per aprire un Beatrice Inn a Londra, per ora in fase embrionale, sono già partiti. “Londra ha il clima giusto per il nostro menu, lì il nostro cibo sarebbe perfetto”, spiega. “Mia madre è cresciuta lì, è come tornare a casa”.
Quest’anno, intanto, tornerà nella sua vera casa d’infanzia, a Seattle, dove la attende una cena del Ringraziamento con circa 25 partecipanti. “Mio padre ha nove tra fratelli e sorelle; la mia famiglia è molto grande, e a tutti noi piace mangiare molto e bene. C’è il tacchino, ma anche il manzo sotto sale e le costolette. E poi c’è sempre il ripieno di mio padre, che è uno straordinario mix di sapori dell’est e dell’ovest. Lo prepara con cubetti di pane, salsiccia cinese Lap Cheong, pancetta, funghi shiitake e ostriche, e tutte le erbe. È il ripieno più incredibile di sempre”.
Trascorrendo la maggior parte delle sue giornate con lo staff del Beatrice, Mar ha formato un gruppo molto unito con il quale organizza un party pre-natalizio, dove ognuno contribuisce con un piatto e al quale partecipano anche gli ex dipendenti.
Spera un giorno di poter riunire le sue due famiglie, quella del Beatrice e quella di Seattle, ma svela obiettivi parecchio più ambiziosi quando le viene chiesto chi inviterebbe alla festa dei suoi sogni.
“Julia Child taglierebbe il tacchino, il nostro responsabile della cantina Nathan Wooden servirebbe il vino e Antanas, il nostro bartender, preparerebbe il punch di assenzio natalizio. Mio padre berrebbe l’intera bottiglia di Madera 27, ma forse ne dividerebbe un bicchiere con Auguste Escoffier. Ci sarebbe anche Marco Pierre White, dietro di me, a criticare il mio cibo. Mio Dio, sarebbe meraviglioso”.II. Le regine del King
Quando lo scorso giugno Pete Wells, critico gastronomico del New York Times ha scritto la sua recensione del ristorante King, ha esordito riportando la descrizione di una sua amica, una cliente abituale: “cibo su un piatto in una sala”.
La recensione è stata lusinghiera ma, dando risalto al conciso giudizio della sua amica, Wells ha voluto ricordarci ciò che conta di più nell’esperienza culinaria. Personalmente, non esiterei ad aggiungere le parole “il più sofisticato” a “cibo” e “delicatamente chic” a “piatto”. E dopo “sala” aggiungerei, “a cui vorreste che la vostra casa somigliasse, ma sapete che non sarete mai bravi quanto loro”.
“Loro” sono le tre donne su cui si regge il successo del King: le chef Clare de Boer e Jess Shadbolt e la loro socia Annie Shi, che si occupa dell’accoglienza dei clienti. Hanno reagito con entusiasmo alla recensione di Wells, felici che il loro messaggio fosse arrivato forte e chiaro.
“Il motivo per cenare qui dovrebbe riguardare, prima di tutto, il cibo”, afferma de Boer. “E la buona conversazione. Non vogliamo che niente interferisca con questo. Detto ciò, non esiste vera ospitalità senza una tavola ben apparecchiata”.
I tavoli dell’accogliente sala da pranzo del King hanno qualche decorazione in più del solito in occasione di una cena di “Friendsgiving” – un modo per celebrare il Ringraziamento in anticipo tra amici. Eleganti fiori bianchi sistemati in vasi monofiore adornano la lunga tavola affiancati da candele di altezze diverse, mentre i piatti con finitura in simil corno di Ralph Lauren Home, in tonalità neutre, completano l’allestimento. Il menu, che unisce specialità francesi e dell’Italia settentrionale, varia di giorno in giorno. L’offerta, programmata la sera precedente, dipende da alcuni fattori determinanti: la stagione, la disponibilità e il giorno.
“La nostra clientela varia in base ai giorni della settimana”, spiega de Boer. “I clienti più affezionati cenano da noi il lunedì, e sono piuttosto audaci, dato che in quel giorno serviamo la lingua di bue. Il menu si basa molto sulla conoscenza che abbiamo dei nostri ospiti e sulla nostra creatività”.
Per questo banchetto informale, la loro creatività ha suggerito una zuppa di zucca speziata al marsala, spalla di maiale a cottura lenta con fave di cocco e spinaci brasati, tardivo saltato e un’insalata di radicchio e dente di leone verde, che ci invitano a mangiare con le mani.
“In passato, abbiamo discusso a lungo per decidere se apparecchiare o meno i tavoli con le posate”, spiega Shi. “Alla fine abbiamo deciso di non metterle, perché quando si comincia dalla Panissa [bastoncini di farina di ceci fritti], vogliamo che si usino le mani. Questa informalità si riflette anche nell’utilizzo di tovaglie di carta. Ci piace che gli ospiti ci scarabocchino sopra”.
Il pasto di oggi ha davvero un’aria rilassata, nonostante l’aggiunta dei fiori e – incredibile! – delle posate perfettamente disposte. De Boer paragona i dettagli extra alla presenza di una band dal vivo e, mentre il cibo viene portato in tavola, Shadbolt loda lo spirito conviviale della festa.
“Penso che ci sia qualcosa di ritualistico nell’allestire la tavola per una festa”, commenta Shadbolt, mentre Shi le riempie nuovamente il bicchiere con un Cornaline di Domaine Hauvette. “Si tratta di una parte fondamentale del pasto, un po’ come restare a gironzolare per la cucina dopo mangiato e lavare i piatti”.
La conversazione a cena scorre piacevole, tra risate e brindisi, e si finisce a discutere su chi dovrà portare cosa alle rispettive feste del Ringraziamento. Le due inglesi ammettono che, per quel giorno, lasceranno di buon grado le redini ai rispettivi padroni di casa, mentre la newyorchese descrive le originali varianti dei piatti tipici realizzate dalla sua famiglia sino-americana.
“Mia madre cucina sempre in modo molto semplice il bok choy (cavolo cinese), saltandolo con zenzero e un po’ d’aglio”, spiega Shi. “È molto rinfrescante e poco impegnativo, e non toglie nulla al tacchino o ad altri piatti tradizionali. D’altro canto, mio padre si aspetta sempre che arrivi un barattolo di gelatina di mirtillo Ocean Spray”.
Questa affermazione è accolta con uno sguardo smarrito dalle due inglesi. Dopo un attimo, Shadbolt azzarda un’ipotesi. “Si tratta di un dessert?” Le americane al tavolo scoppiano a ridere fragorosamente e, di fronte a quella scena, è facile prevedere che la gelatina in barattolo non comparirà sul menu del ristorante.
Nemmeno il lunedì.- Fotografie di Alex Lau; per gentile concessione di Ralph Lauren Corporation



