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La regata del secolo

Quando la Coppa America tornò in patria nel 1987, per la vela fu l’inizio di una nuova epoca d’oro

Negli abissi della mente umana, come in una segreta corrispondenza con gli oceani da cui si è generata la vita, risiede l’anelito a salpare verso nuovi orizzonti attraversando il mare aperto. La cultura d’élite come quella popolare, dall’Odissea di Omero del 700 a.C. fino ai versi di “Sailing”, la hit soft-rock degli anni ’80 intonata da Christopher Cross, è attraversata da un desiderio universale di lasciarsi guidare dal vento e planare sull’oceano. E, soprattutto, di farlo a grande velocità.

Nel 1987, quel desiderio riemerse prepontemente nell’immaginario collettivo statunitense quando lo skipper Dennis Conner e l’equipaggio della Stars & Stripes conquistarono la Coppa America, riportando il più antico trofeo sportivo negli Stati Uniti dopo una dolorosa sconfitta subita contro l’Australia nel 1983. Per Conner, quella vittoria decisiva rappresentò un’agognata occasione di riscatto. Ma fu anche l’evento che portò la vela verso una nuova, gloriosa epoca.

Fu un momento di transizione, che segnava il tramonto di un’epoca d’oro (quella della tradizione velica amatoriale dell’alta società) e la simultanea ascesa di una nuova, brillante era fatta di professionismo, sponsor pubblicitari e budget da fare invidia al tesoro di un pirata. Le imbarcazioni che si sfidavano nella Coppa America avevano l’aspetto di eleganti vascelli marini – molto differenti dalle barche di oggi, sempre più simili a grosse auto di Formula 1 completamente ricoperte di loghi – e i velisti sembravano membri di un circolo nautico, con le loro polo variopinte sbiadite dal sole, piuttosto che una squadra di professionisti ben finanziati.

Ma facciamo un salto indietro ai bei vecchi tempi, quelli veri. Fondata nel 1851 e strettamente connessa al New York Yacht Club (il cui circolo di Manhattan è uno dei capolavori architettonici della città), la Coppa America fu difesa con successo dagli Stati Uniti per ben 132 anni, una striscia che rappresenta la più lunga serie di successi nella storia di qualunque sport. Questa sequenza di vittorie si interruppe con la disonorevole sconfitta di Conner nel 1983. La rivincita ottenuta nel 1987 fu qualcosa di più di un semplice successo sportivo: rappresentò un momento altamente patriottico, perfettamente inserito in un decennio segnato dal cosiddetto “Miracolo sul ghiaccio” e dalla fine della Guerra Fredda.

Conner era già uno skipper affermato quando nel 1983 prese il timone della Liberty e l’imponderabile accadde. “Gli altri avevano semplicemente una barca più veloce”, racconta Conner in esclusiva a RL Mag in una rara intervista. “A volte si è talmente concentrati sulla vittoria che non si guarda agli avversari con la giusta apertura mentale. La barca avversaria [l’Australia II, del Royal Perth Yacht Club] era dotata di una chiglia alata: un’innovazione di cui fino a quel momento non avevo mai sentito parlare. Dall’agonia della sconfitta appresi una preziosa lezione: impegnarsi duramente e prepararsi a qualunque evenienza può non essere abbastanza”.

Probabilmente, quella sconfitta si rivelò l’evento migliore mai capitato nello sport delle competizioni veliche, ponendo le basi per il riscatto di Conner quattro anni dopo. “Perdere la coppa nel 1983 fu un duro colpo per me. Mi crollò il mondo addosso. Misi la testa sotto il cuscino e non avevo idea di cosa sarebbe successo dopo”, racconta. “Quando si ripresentò per me l’occasione di ritornare dopo quella devastante sconfitta, provai semplicemente a smettere di compatirmi e a capire cosa avrei potuto fare per prendermi la rivincita”.
 Dennis Conner al timone della <em>Stars &amp; Stripes</em> al largo di Perth, Australia, 1987
Dennis Conner al timone della Stars & Stripes al largo di Perth, Australia, 1987
Christian Chensvold è una scrittrice e redattrice.
  • Daniel Forster
  • FOTOGRAFIA DI LEO MASON/POPPERFOTO/GETTY IMAGES
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