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Lupo
solitario

Un nuovo documentario racconta la straordinaria storia del velista solitario Mike Plant

“Perché è lì”: fu questa la famosa risposta dell’alpinista George Mallory quando un giornalista gli chiese perché volesse scalare l’Everest. Probabilmente, Mike Plant avrebbe usato le stesse parole riguardo agli oceani, quei due terzi della superficie terrestre che lui ha circumnavigato per tre volte in solitario prima di scomparire prematuramente nel 1992. Coyote: The Mike Plant Story, un nuovo eccellente documentario diretto da Thomas Simmons, nipote di Plant, racconta la storia di un uomo complesso che, dopo un’infanzia turbolenta nel Minnesota, trova la sua vera casa nel mare aperto, divenendo uno dei più grandi navigatori oceanici di sempre. Attraverso lunghe interviste con amici e familiari di Plant, accompagnate da filmati inediti che mostrano Mike andare in cerca di fondi per progettare e costruire la sua prima barca, Simmons tesse il racconto avvincente di un uomo costantemente proteso a superare qualunque ostacolo davanti a sé, naturale o artificiale che fosse. Dalla vittoria della sua prima regata fino al momento cruciale in cui decide di anteporre l’onore alla gloria, Plant rimane una figura sfuggente, com’era del resto prevedibile, data la sua propensione per la solitudine e per i viaggi in solitario. Forse, in definitiva, a illuminarci meglio su Plant può essere un’altra citazione di Mallory: “Perché viaggiamo verso luoghi remoti? Per mettere alla prova il nostro spirito di avventura, o per raccontare storie incredibili? Lo facciamo per rimanere da soli… e ritrovare noi stessi in luoghi disabitati”. Qui, Simmons ci parla del magnetismo di Plant, della sua visione iper-focalizzata e dell’eredità che ha lasciato al mondo della vela.

Oltre al fatto che Mike fosse tuo zio, cosa ti ha spinto a realizzare questo documentario?
Nella mia vita, mi sono ritrovato a percorrere una strada molto lineare. Sono andato al college, ho studiato economia e ho iniziato la mia carriera, ma a un certo punto è come se mi fossi trovato davanti a un muro. Ho cominciato a pormi delle domande. Perché sto facendo tutto questo? Desideravo fortemente fare qualcosa di creativo, prendermi qualche rischio. Se guardiamo la storia di Mike, ci è successo più o meno alla stessa età. Io avevo 32 anni, Mike ne aveva 34 quando decise di costruire una barca e navigare intorno al mondo. Avevo 32 anni e un lavoro stabile presso una banca di investimenti quando ho deciso che avrei cambiato radicalmente la mia vita e fatto qualcosa in cui credevo davvero. Non avevo alcuna esperienza come videomaker prima di iniziare. E intendo davvero nessuna.

Sembra che tu abbia imparato molto dalla sua storia…
Non che Mike fosse sempre un buon esempio da seguire – la sua vita ha avuto anche dei lati oscuri – ma quando ho deciso di abbandonare il posto fisso, il suo esempio mi ha ispirato. Bisogna prendersi qualche rischio per seguire ciò che ci fa davvero battere il cuore.

Avevi un rapporto stretto con lui?
Mike era una persona particolarmente riservata. Non prestava molta attenzione a nulla che non riguardasse la sua missione. Con questo non voglio dire che fosse una cattiva persona. Aveva semplicemente una visione molto focalizzata sulla missione davanti a sé.

In un certo senso, era quasi naturale che un uomo con il suo carattere finisse per navigare intorno al mondo in solitario.
Era ciò che gli dava energia. Non doveva fare affidamento su nessuno. Se riusciva nell’impresa, era per merito suo, e se falliva, era per colpa sua. Credo che in un certo senso vivesse di questo. È sempre stato una sorta di lupo solitario. Da quando era bambino, fino alla fine.
                            Mike Plant a bordo della <em>Duracell</em>, 1990 circa
Mike Plant a bordo della Duracell, 1990 circa
Andrew Paine Bradbury è uno scrittore e musicista residente a New York.
  • FOTOGRAFIE DI BILLY BLACK